Dall’Appennino alla gloria, intervista a Giuliano Razzoli

Giuliano_Razzoli_Schladming_2010di Matteo Sartini

Non è mai semplice un’intervista con un campione olimpico. Con uno che è entrato nella storia dello sport. Ti senti un attimo in soggezione, e piccolo, e pensi che tu al massimo fai di corsa 10 km in 50 minuti e quando affronti una impresa da leggenda. Poi inizi a parlare con Giuliano Razzoli, che ha vinto a Vancouver, quattro anni fa, nello slalom speciale, e che fra pochi giorni difenderà il titolo a Sochi, e ti senti subito timida, mai sopra le righe. Sembra una telefonata con un vecchio amico. Fossero tutte così i campioni dello sport.

Giuliano, quando hai iniziato a sciare?

“Avevo solo quattro anni, quindi andiamo indietro nel tempo! Sugli sci posso dire che mi ha messo mio padre, maestro. Primi passi sugli sci a Febbio, nei pressi di Villa Minozzo, appennino reggiano. Da li è cominciato tutto”.

C’è stato un momento in cui hai pensato “ce l’ho fatta, ho sfondato come atleta?”

“No, un momento del genere, ben preciso, non posso dire ci sia stato. La vita di un atleta professionista non è mai piena di sicurezze, si tratta di un lavoro molto particolare. Gli imprevisti sono tanti, troppi, ed ogni giorno può succedere qualcosa. La mia carriera si è costruita giorno dopo giorno, lavorando e impegnandomi duramente”.

Quali sarebbero i consigli, basandoti sulla tua  esperienza, che ti sentiresti di dare ad un giovane  sciatore?

“Non è una domanda facile. Ogni esperienza che ho vissuto potrebbe diventare facilmente un consiglio utile ad un giovane per crescere. Mi limito ad un paio di cose: primo, non fare le cose dandole per scontate, ma mettendoci sempre tanta passione. Secondo, cercare di divertirsi, sempre. Aggiungerei una cosa: la carriera di un atleta è fatta anche di infortuni, e la mia è stata segnata da alcuni di questi. L’importante è non arrendersi mai, non disperare mai, credere nella possibilità di tornare sugli sci ed andare avanti”.

Hai avuto degli idoli da piccolo?

“Troppo facile: quando ero piccolo io imperversava Alberto Tomba, lui è stato il mio mentore. Quando scendeva Albertone mi immedesimavo in lui, anche se forse, a quell’età, non pensavo sarei arrivato all’oro olimpico”.

La soddisfazione sportiva più grande? Naturalmente, escludiamo l’oro olimpico, sarebbe troppo facile…

“E allora ti dico il primo podio in Coppa del Mondo a Zagabria, nel 2009, e la prima vittoria, sulla stessa pista, nel gennaio del 2010, prima di Vancouver e dell’oro olimpico. Nel podio, metto anche la vittoria a Lenzerheide, in Svizzera, nel 2011”.

Cosa fa Razzoli quando non è sugli sci?

“Vorrei premettere che il mio sport è impegnativo, e prevede tante ore di allenamento tra piste e palestre, e poi le gare e i trasferimenti. Nel tempo libero cerco di stare il più possibile con la mia famiglia, con gli amici, con la ragazza. Poi sono uno attivo, quindi pratico sport e mi mantengo attivo anche quando non è strettamente previsto dagli allenamenti, praticando altre discipline per divertirmi. Leggo, sto al computer, e mi interesso di vini”.

A questo punto devi consigliarci un bottiglia…

Barolo Vietti, rosso piemontese”.

Cosa ti aspetti dall’Olimpiade di Sochi?

“Se in queste tre settimane che mi separano dalla gara riesco ad allenarmi bene, senza intoppi, vado e me la gioco. A Vancouver arrivai senza problemi e andò alla grande, Sochi è una grande speranza”.